Cenni storici - piu detagliamente 

PREISTORIA – Le tracce di vita nella penisola istriana ci fanno risalire alla preistoria. Gli antichi abitanti dell’Istria vivevano nelle caverne e le loro tracce sono state finora rilevate prevalentemente su terreno carsico. In tempi più recenti sono stati scoperti i resti dell’uomo delle caverne, nella ghiaia della grotta di Šandalj, non lontano da Pola (è stato trovato un incisivo sinistro superiore della dentatura). Gli storici sostengono che la penisola istriana sia così prova inconfutabile che l’Homo erectus abbia iniziato proprio qui a costruire la base della futura civiltà del vecchio continente, più tardi chiamato Europa.

ISTRI E LIBURNI -  Nell'età del ferro (I. secolo a.C.) l’Istria era popolata  in gran parte da tribù illiriche. Sul territorio dell’Istria settentrionale e centrale, fino al pendio del Monte Maggiore, abitavano gli Istri dai quali la penisola ha ricevuto il nome. La tribù loro congènere, i Liburni, abitavano a est del fiume Arsia, verso lo spazio dell’odierno litorale croato estendendosi fino ai fiumi Krka e Dalmazia. La parte dell’Istria che veniva chiamata Liburnia, oggi è conosciuta come parte che va da Fianona al fiume Rječina. Nella parte settentrionale dell’Istria, precisamente sul Carso, abitavano i Giapodi, tribù d’origine illirico-celtica. 

Le tribù illiriche dell’Istria avevano contatti con la civiltà ellenica; lo testimoniano anche il mito degli Argonauti e la leggenda della fondazione di Pola. 

Del periodo illirico sono pervenuti numerosi resti materiali della cultura, che si possono incontrare lungo tutta l’Istria. I più famosi sono i villaggi illirici, le famose fortezze sistemate sulle alture, costruite usando la tecnica di muro a secco con massi di pietra in alcuni strati. I toponimi odierni – “gradina”, “gradine”, “gradište”, “gračišće”, “kaštelir” (dall’italiano castelliere ), sono la testimonianza di tali resti.

CELTI – Nel 400 prima di Cristo i Celti emigrano dall’ovest verso est. Una parte si stabilisce nel nord Italia, e l’altra nella Pannonia settentrionale. Irrompono in Istria dove sottomettono parte della popolazione il lirica, soprattutto nelle zone montuose, ma con il passare del tempo si assimilano totalmente con gli Istri.

PERIODO ROMANO – Volendo allargare il proprio potere a est, dopo la conquista della Gallia Cisalpina e del Veneto che confinava con l’Istria, i Romani  nel 181 a.C. costruirono la fortezza di Aquileia, ottenendo in questo modo una solida difesa dei propri confini a est, ma non solo, in più crearono così la base per ulteriori conquiste e penetrazioni verso oriente.

Consapevoli del pericolo che minacciava la loro terra, gli Istri tentarono d’impedire la costruzione d’Acquileia, non riuscendo però nell’intento. Di avere capito giustamente l’importanza politica e militare di Acquileia, quale caposaldo nemico, si è visto più tardi quando i patriarchi di Acquileia dominarono per alcuni secoli (fino al XVI secolo) una parte dell'Istria. All’epoca della costruzione di Acquileia in Istria esistevano già le città, ciò testimonia la presenza del più alto livello d’organizzazione sociale di quell’epoca. Molte di queste città esistono ancora oggi e hanno gli stessi nomi, modificati ai sensi delle leggi linguistiche emanate dagli abitanti arrivati più tardi; primi i Romani e in seguito gli Slavi. L’odierna Fianona, l’antica Plomona istriana (dal lat. Flanona, in italiano Fianona), Labin è Albona, Pola – Pula, Tergeste –Trst, Tarsatica - Trsat, la capitale degli Istri Nesactium - Nesazio porta il nome di Visače e così via.

Le guerre contro gli Istri si conducono nel 178 e nel 177 a.C. In seguito al primo insuccesso nel 178, dopo grandi preparativi l’esercito romano, nella primavera del 177 a.C., conquista una ad una le fortezze in Istria. La battaglia decisiva si svolse accanto al castelliere Nesactium, dove davanti ai Romani si è nascosto l’ultimo re illirico, Epulo e numerosa della sua gente. Lo storico Plinio scrisse che la difesa  cedette appena quando i romani impedirono il rifornimento dell’acqua. I Romani occuparono Nesactium, distruggendolo completamente, mentre Epulo e i suoi condottieri commisero il suicidio. Inizia così in Istria il periodo del dominio romano. I Romani colonizzarono con successo l’Istria. Nonostante gli Istri continuassero a fare resistenza e insorsero nel 129 a.C., i conquistatori romani sottomisero completamente la popolazione illirica autoctona. I Romani proseguono con le conquiste verso oriente – nel 50 a.C. sottomettono i Liburni. Tutta l’Istria odierna finisce così sotto la dominazione romana. Un ingente numero della popolazione venne espatriato, e in Istria immigrarono circa 15.000 latini provenienti dall’Italia.

Il primo imperatore romano Ottaviano Augusto, a cavallo del millennio spostò il confine dell’Impero romano dal fiume Risano sul fiume Arsia. In questo modo annesse la gran parte della penisola istriana alla provincia settentrionale Venezia sotto il nome «Venetia et Histria». Questo territorio formava la regione italica. L’Istria orientale, cioè la Liburnia rimase nell’ambito della provincia romana della Dalmazia.

Dopo la prima colonizzazione e romanizzazione, quando l’antica popolazione autoctona fuggiva dalla costa meridionale e settentrionale, trovando rifugio nell’entroterra montuoso e boscoso dell’Istria, iniziò il periodo di migrazioni nel senso opposto – dall’entroterra verso la costa. La popolazione, in gran parte romanizzata, inizia a ritornare nella parte meridionale e settentrionale della penisola, dove la terra è più fertile e lo sviluppo delle città è in crescita.

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476), nell’Istria dominavano dapprima i Gotti ( 476 – 539), e in seguito Bisanzio. Il potere di Bisanzio in Istria si protrarrà fino al 788.

ARRIVO DEGLI SLAVI - Nel VI e VII secolo nella penisola istriana irrompono gli Slavi. Papa Gregorio I scriveva nel 600 al vescovo solinese Massimo che gli Slavi attraverso l’Istria iniziarono ad entrare in Italia. A una maggiore colonizzazione degli Slavi si arriva dopo il 788, quando in Istria inizia il governo dello stato Franco, che li condusse prevalentemente come coloni. Il fatto che l’Istria appartenesse allo stato Franco dal fiume Arsia al Monte Maggiore, fece avanzare l’afflusso della popolazione slava verso l’entroterra istriano. 

All’epoca il litorale quarnerino era completamente croatizzato fino al Monte Maggiore e avanti sino ad Albona. Al periodo dell’intesa colonizzazione slava risale il nome dell’antico villaggio fortificato Gočan, non lontano da Barbana.

PREVALENZA FRANCA – Per il conflitto tra i coloni immigrati e i Romani autoctoni, espropriati, l’Imperatore franco Carlo Magno convoca nell’804 l’assemblea sul fiume Risana. Con l’intesa stipulata alle città è riconosciuta l’autonomia, ma non è stato loro restituito il territorio usurpato. La colonizzazione slava continua, così nell’XI sec. nell’immediato entroterra delle città prevale tra gli abitanti la lingua slava; lo testimoniano i toponimi ufficiali delle strade che conducevano attraverso queste città (via sclavonica).

I discendenti dei contadini romani o romanizzati sono rimasti in alcuni villaggi dell’Istria meridionale e settentrionale, a Rovigno, Dignano, Valle, Gallesano e Fasana, mentre tutte le altre superfici agricole vennero popolate dagli Slavi o la loro presenza era prevalente ed hanno così slavizzato la popolazione romana o romanizzata. Secondo la testimonianza dell’Imperatore bizantino Costantino Porfirogenet nel X sec. lo stato Croato si estendeva fino al fiume Arsia. I Croati in Istria formarono organizzazioni comunali più vaste a capo delle quali furono posti gli zupani.

VARI PADRONI – Quale marchesato sotto l’amministrazione dei vassalli franchi, l’Istria assieme al Friuli faceva parte della marca d’Aquileia, sottomessa al ducato bavarese. Iniziano a susseguirsi numerosi cambiamenti di padroni feudali durante i quali l’Istria si separa dal Ducato di Baviera e viene annessa alla Contea di Carinzia. Nella metà dell’XI sec. l’Istria diviene marchesato autonomo, che gli imperatori teutonici danno in eredità come feudo a numerose case importanti.

Nel XII secolo i vescovi parentini cedono in feudo ai conti di Gorizia la Contea di Pisino, come unità autonoma. Nell’anno 1209 il patriarca d’Acquileia ottenne in possedimento dagli imperatori teutonici il marchesato dell’Istria, come feudo della chiesa d’Acquileia. L’Istria conservò tale status fino al 1420. La Contea di Pisino rimase territorio separato.

Nel periodo di pace le città costiere dell’Istria si liberarono sempre di più dal potere dei patriarchi d’Acquileia, sviluppando il commercio e diventando autonome, anche se formalmente riconoscevano il potere dei patriarchi. Nel XII sec. ricche nell’artigianato e forti nel commercio marittimo, indeboliscono il potere feudale unico, il che porta alla formazione delle comunità municipali. Le città istriane si arricchirono soprattutto durante le guerre crociate.  

Il rafforzamento delle città istriane portò al conflitto con Venezia. Capodistria, Isola e Pola insorgono nel 1145 contro Venezia, subendo la sconfitta sono obbligate a giurare fedeltà al Doge. Quattro anni più tardi Pola insorge nuovamente contro la Serenissima, ma, assieme ai suoi alleati  - Rovigno,  Parenzo e Umago – è costretta a firmare la pace e giurare nuovamente fedeltà a Venezia. Nella guerra del 1195 fu costretta a distruggere tutti le mura della città. Con la pace che susseguì dopo la guerra del 1243  Pola dovette impegnarsi ad accettare come governatore un Veneziano, e a non ricostruire le proprie mura senza il consenso di Venezia.

Quando nel XIII sec. il potere dei patriarchi indebolì, le città, considerando i Veneziani un pericolo minore, si consegnarono una ad una a Venezia – Parenzo nel 1267,  Umago nel 1269, Cittanova nel 1270, San Lorenzo nel 1271, Montona nel 1278, Capodistria nel 1279, Pirano e Rovigno nel 1283. Venezia, agendo spesso come alleato e protettore delle città marittime, ma anche lottando con alcune, gradualmente divenne dominatrice di tutta la fascia costiera dell’Istria occidentale e del territorio fino a Fianona, ad oriente della penisola. 

PERIODO SOTTO VENEZIA E GLI ASBURGO – Nella metà del XV sec. con l’abolizione del potere dei patriarchi d’Acquileia, l’Istria, esclusa la Contea di Pisino e il litorale quarnerino, passa sotto il potere di Venezia. Nel frattempo la Contea di Pisino, verso la fine del XIV sec., venne ereditata dagli Asburgo, sotto il cui dominio passò tutta la costa orientale dell’Istria.  In questo modo l’Istria fu divisa tra il potere politico amministrativo austro-germanico e veneto-romano.

Il centro amministrativo dell’Istria veneta era Capodistria. L’inesistenza di un  potere universale indusse Venezia a eleggere un capitano speciale con poteri militari nelle zone rurali dell’Istria (il paisenatico), con sede a San Lorenzo del Pasenatico. Il capitano militare veneziano per il territorio confinante con il podere austriaco, dal 1394 aveva la sede nel caposaldo militare a Raspo, mentre dal    1511, da quando Venezia perse Raspo, la sede venne spostata a Pinguente.

Pisino rimase sede del potere asburgico in Istria. La posizione della popolazione slava su questo territorio era più favorevole perché il potere asburgico non aveva molta influenza. Proprio sul territorio della Contea di Pisino nascono numerosi esempi di scritture in lingua croata, sotto un forte influsso del glagolitico. Testimoni della presenza del glagolitico sono: la scritta di Fianona, il frammento di San Pietro in Selve, il brano di Castelverde, il graffito di Colmo e l’abbecedario glagolitico di Rozzo. Un posto speciale nella storia culturale dell’Istria occupa indubbiamente la «Confinazione istriana», famoso monumento medievale di diritto pubblico, che indica con precisione la demarcazione dei confini tra i comuni istriani rurali e i padroni feudali. La confinazione è stata creata durante un lungo periodo che va dal 1275 al 1395 ed è stata scritta in tre lingue: croato, tedesco e latino.

LE INVASIONI TURCHE – Con l'invasione dei Turchi nei Balcani si arriva alle grandi migrazioni di abitanti che fuggono dai territori invasi cercando riparo nei paesi austriaci e veneziani. Fra il 1470 e il 1492 i Turchi hanno invaso l’Istria per nove volte. Le vittime di queste irruzioni erano in particolar modo gli abitanti delle zone non protette dell’Istria, ubicate al di fuori delle mura cittadine, in particolare i luoghi della Ciceria, Rozzo, Colmo, Draguccio… L'ultimo assalto turco in Istria fu nel 1511 quando la Contea di Pisino subì notevoli danni.

Accanto alle invasioni turche, un altro avvenimento che devastò l'Istria fu l'epidemia di peste, che imperversò dal XIII al XVII secolo – nel XIV secolo 14 volte, nel XV 14 volte e nel XVI secolo 16 volte. Le grandi epidemie di peste hanno decimalizzato la popolazione istriana devastando interi territori.

Le incursioni turche, la guerra fra Venezia e Austria durata dal 1508 al 1523, poi quella uscocca (1615-1618), comportarono all'Istria nuove sciagure. Tutta l'Istria fu praticamente distrutta. Verso la fine di questo periodo (1649) Venezia effettuò un censimento dal quale emerse che l'Istria aveva 51.692 abitanti, di cui 49.332 erano Veneziani, mentre la Contea di Pisino ne aveva soltanto 2.360.

In questi territori praticamente deserti, sia la Serenissima che la Contea di Pisino cercavano di attrarre nuovi abitanti. Venezia cercava di popolare la zona del Polese con colonizzatori provenienti dai dintorni di Padova, Treviso, la Furlania (Friuli) e la Carnia.

La colonizzazione più ingente, però, era quella delle popolazioni che, fuggendo dai Turchi, cercavano riparo nel territorio veneziano in Dalmazia e da lì partivano alla volta dell'Istria. I nuovi abitanti erano i Montenegrini, gli Albanesi e i Romeni. Col passare del tempo, gli Albanesi si croatizzarono mentre i Montenegrini hanno mantenuto la propria religione soltanto a Peroi. I Romeni hanno conservato la propria lingua madre solo a Valdarsa  e Seiane.

Nella Contea di Pisino si avvertiva un bisogno simile di colonizzatori, di conseguenza  re Ferdinando I nel 1532 ordinò ad delegati speciali di popolare le zone devastate con fuggiaschi Bosniaci e Uscocchi.

Nel 1683 Vienna sconfigge i Turchi e con ciò terminano le emigrazioni da loro causate e quindi anche la colonizzazione dell'Istria.

LE PROVINCE ILLIRICHE – Con la conquista napoleonica dell'Italia, la pace di Campoformio nel 1797, i Francesi cedettero all'Austria la Serenissima assieme alla parte dell'Istria che le apparteneva e la Dalmazia, in cambio dell'Olanda e della Lombardia. Nei primi anni l'Austria non non si era completamente impadronita  della parte veneziana dell'Istria, ma fondò a Capodistria un'amministrazione a parte dal nome «Istria austro-veneta». Nella nuova guerra tra Francia ed Austria, Napoleone conquistò il territorio dell'Istria che apparteneva alla Serenissima, annettendola (quale circondario a parte, assieme a Venezia, le Isole del Quarnero e la Dalmazia) al Regno d'Italia. Con la pace di Vienna nel 1809 l'intero territorio istriano venne annesso alle napoleoniche Province illiriche. Dopo la sconfitta di Napoleone nella «battaglia popolare» presso Leipzig nel 1813, l'Austria già l'anno dopo occupa l'Istria dando origine ad un'unica provincia con Trieste come capitale. A partire dal 1825 l'Istria è ancor sempre un'unità territoriale, avente però Pisino per capitale.

LA DOMINAZIONE AUSTRIACA – Giungendo in Istria, l'Austria abrogò la legislazione francese. L'impero austriaco nel 1860 e 1861 subì delle notevoli riforme costituzionali; l'Istria quale margraviato, diventa provincia austriaca avente una determinata decentralizzazione dell'amministrazione e della Dieta provinciale di Parenzo. Dal 1867 la sede del governatore per l'Istria è a Trieste.

Nel 1856 l'Austria costruisce a Pola la principale base navale, mentre dal 1866 Pola diventa il porto principale della marina reale austriaca. Ciò comporta un rapido sviluppo urbano. La popolazione di Pola in meno di mezzo secolo cresce addirittura trenta volte.

La seconda metà del secolo XIX, come pure il periodo antecedente alla I guerra mondiale, sono trascorsi nel segno di una lotta per la parità nazionale e politica della popolazione croata e slovena rispetto a quella italiana. All'amministrazione austriaca ciò conveniva perchè in questo modo si offuscavano i problemi e si celava la vera situazione legata alla dominazione germanica. La popolazione croata era prevalentemente rurale e poco istruita, ad eccezione di una parte del clero di nazionalità croata. La popolazione urbana era in prevalenza italiana. I rapporti all'interno della Dieta istriana, per merito della legge elettorale, erano a favore degli Italiani.

Il promotore della lotta per i diritti dei Croati in Istria era il vescovo Juraj Dobrila. Il suo concetto era di attivare il popolo sul piano di autodifesa nazionale, curare la lingua popolare, salvaguardare la tradizione, innalzarsi economicamente e politicamente, abbracciare le nuove conquiste civilizzatrici e culturali nonché trovare il modo per salvare il popolo dalla miseria.

In una delle sue prime richieste, nella Dieta istriana di Parenzo propose che accanto all' italiano, anche il croato divenisse lingua ufficiale.

LA PRIMA GUERRA MONDIALE – Lo scoppio della I guerra mondiale ( 1914.) interruppe le lotte nazionali, però, allo stesso tempo l'Italia mostrò le proprie ambizioni nei confronti della costa orientale dell'Adriatico. Il Regno d'Italia, nell'adoperarsi per ottenere tutte le concessioni possibili, negoziò per quasi un anno in segreto con la Triplice intesa e le Potenze centrali. Infine, nell'aprile del 1915 ci fu a Londra la firma di un contratto segreto secondo il quale all'Italia, per l'entrata in guerra a fianco degli alleati, venivano promessi il sud Tirolo, l'Istria assieme a Trieste, Gorizia ed una parte della Dalmazia.

Col Contratto di Rapallo del 1920 il Regno di Jugoslavia cedette l'Istria all'Italia.

IL PERIODO DEL FASCISMO – Con l'avvento del fascismo in Italia, le autorità italiane appena entrate in Istria, iniziarono sistematicamente ad estirpare tutte le forme di vita pubblica e nazionale croata e slovena. Furono abolite le scuole croate, gli enti e le associazioni culturali, mentre i nomi croati furono italianizzati. Veniva proibito addirittura l'uso della lingua croata in famiglia. Tutto questo procurò un esodo di massa della popolazione croata alla volta del Regno di Jugoslavia. In vista della II guerra mondiale c'erano in Jugoslavia circa 70.000 Croati e Sloveni, emigrati dalle zone che si trovavano sotto il dominio italiano. L'inizio di un'organizzata attività rivoluzionaria in Istria nel 1941, viene attribuito al ritorno in patria di alcuni emigranti.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE – La capitolazione dell'Italia nella II guerra mondiale avvenuta l'8 settembre 1943, provocò in Istria una rivoluzione generale di tutti i popoli che vi abitavano. Il dominio fascista fu ripudiato, nacquero forti distaccamenti partigiani, vennero disarmate le formazioni militari e carabiniere italiane, e avvenne la liberazione dell'Istria intera eccetto Pola, Dignano, Fasana e Brioni.

La lotta popolare di liberazione in Istria comporta il 13 settembre 1943 un proclama sulla liberazione dell'Istria e la sua annessione alla Croazia. Una settimana dopo, il 20 settembre 1943 il Comitato promotore del Consiglio territoriale antifascista di liberazione popolare della Croazia (ZAVNOH) conferma queste conclusioni. Alla seduta della Dieta istriana, i rappresentanti dell'Istria a Pisino il 25 settembre 1943 confermano la delibera del 13 settembre ed emanano la decisione definitiva di staccarsi completamente dall'Italia e annettersi alla Croazia nell'ambito della nuova Jugoslavia.

L'offensiva tedesca nell'ottobre del 1943, soffocò per un attimo la resistenza sul territorio istriano che ben presto incominciò a riorganizzarsi e ricostituirsi. Nei primi giorni di maggio del 1945, nell'ambito delle ultime operazioni militari per la liberazione dell'intero territorio slavo meridionale, venne liberata pure l'Istria. Il 9 maggio 1945 sui territori dell'Istria e del litorale sloveno, non c'erano più reparti nemici.

L'Istria diede un grande contributo alla vittoria delle forze antifasciste. Nel periodo bellico, dall'autunno del 1943 fino al maggio del 1945, l'Istria contava 28754 combattenti con il fucile in mano, di cui oltre 5000 ne morirono sui vari campi di guerra, mentre i civili deceduti furono 5802. Nel contempo 21509 persone furono deportate in campi di concentramento, mentre 14867 ne furono arrestati e imprigionati. Furono bruciati e distrutti 5567 edifici condominiali e fabbricati vari.

Con l'entrata delle truppe dell'Armata jugoslava nelle città i Comitati popolari di liberazione (NOO), che negli ultimi mesi di guerra si preparavano per questo momento, presero in mano il potere.

In questo periodo burrascoso, pieno di peripezie, accadde un inutile esodo e soprattutto tragico, di una parte della popolazione autoctona italiana che originò nuovi cambiamenti dell'aspetto demografico istriano. Erano i tempi delle emigrazioni non soltanto di Italiani ma anche di Croati. Seguirono gli arresti di personaggi pubblici.

IL SECONDO DOPOGUERRA – Con l'Accordo di Belgrado del 9 giugno 1945, il territorio libero fu diviso, in due zone – la zona A i e la zona «B». La zona «A» era sotto il dominio militare anglo-americano, mentre la zona «B» sotto quello jugoslavo. La linea di demarcazione andava dal confine italo-austriaco verso Tarvisio, da dove seguiva il fiume Isonzo e proseguiva verso Gorizia ad oriente, quindi, aggirando largamente Trieste, entrava in mare a sud di Muggia. Pola appartenne alla zona «A», con una fascia circolare molto stretta. Tutto il territorio rimanente faceva parte della zona «B» e quindi la città di Pola era una piccola enclave chiusa comunicante col resto della zona «A» soltanto con la strada Pola-Trieste. Questa suddivisione era stata definitivamente messa in atto con l'Accordo di Duino del 20 giugno 1945.

Col Trattato di pace firmato a Parigi nel febbraio del 1947, entrato in vigore a settembre, Pola quale parte della zona «A» fu annessa alla Jugoslavia, mentre per il  territorio conteso a nord del fiume Quieto fino a Muggia e dell'ex zona «A», si giunse ad un altro compromesso assurdo: il «Territorio libero di Trieste». Così la zona «A» rimase intatta, mentre la zona a nord del fiume Quieto, ovvero il Buiese e il Capodistriano, facevano parte della zona «B» quindi del Territorio libero di Trieste. Questo territorio non è mai stato come l'avrebbero voluto le potenze occidentali, e con un accordo frontaliero firmato dall'Italia e dalla Jugoslavia il 5 ottobre 1954 a Londra, i confini fra la zona «A» e la zona «B» nonché il resto del territorio sloveno, fecero parte di un confine temporaneo fra Italia e Jugoslavia.

Il confine statale definitivo fra i due stati fu stabilito con l'Accordo di Osimo del 10 novembre 1975.

All'interno della Jugoslavia, la maggior parte della penisola istriana, in base alla struttura della popolazione, era suddiviso fra le due repubbliche – Croazia e Slovenia. Con lo sfacelo della Jugoslavia, dato che la Croazia e la Slovenia erano internazionalmente affermate come stati autonomi e indipendenti, i loro confini repubblicani divennero statali.

REPUBBLICA DI CROAZIA – A partire dagli anni Novanta, con il crollo della Jugoslavia, l'Istria, nella libera e indipendente Croazia, rappresenta una delle 20 regioni croate.

La Regione istriana, nell'ambito dell'autonoma e libera Repubblica di Croazia, ricopre un ruolo molto rilevante. Il significato della regione croata più occidentale, all'incrocio di tre civilizzazioni, non è soltanto negli ottimi potenziali rurali, industriali e soprattutto turistici e nell'immensa ricchezza monumentale e artistica; questo luogo, in cui convivono molte genti, tradizioni e culture, rappresenta una parte della civiltà europea, per cui il posto della Regione istriana è all'interno della sua grande famiglia. Ciò è stato confermato nel 1994 anno in cui l'Istria venne accolta nell'Assemblea delle Regioni Europee. Nei paesi aventi una democrazia sviluppata si guarda con simpatia al regionalismo istriano, quale fenomeno autentico in questo lembo d'Europa.